martedì, 15 aprile 2008

Il giardiniere


 


Il giardiniere aveva sentito parlare della notte. Ne aveva sentito ogni rumore, ogni distrazione. Conosceva le cose che si disponevano senza riflessi, come morte, prive di luce.


Le sue cesoie masticavano le foglie, percorrevano i rami duri, che nel buio si flettevano come gambe, attaccate ad un legnoso busto.


Poteva, abbassando la visiera del cappello, annuire alla corteccia.


Indietreggiare con lo stomaco sui fili d’erba, che nell’aria avanzavano.


Coltelli verdi, li chiamava. Degli schizzi d’ira dopo il taglio.


Non riusciva a spiegare cosa muovesse il cielo.


Quell’azzurro aviatore inclinato sulla testa, a pizzicare con i capelli scuri le lentiggini delle mosche.


 


2


 


Un forte fascino lo spingeva a trattenersi, ed ammirare l’acqua che spariva.


Un colore scuro - fradicio ugualmente. Lasciava sui pantaloni l’ombreggiatura della sua sete.


 


Strano (sorrideva) come possa l’assenza del colore produrre la stessa goccia.


Come può il mio piede entrare nella medesima essenza e uscirne diverso.


Lo prendo tra le mani, lo giro nervosamente, annuso il suo pulsare.


È freddo. Geme l’ombra. La sensibilità sembra espropriata dall’arto.


 


Il fiume tirato nel manto notturno. Un lenzuolo steso con i ricami in rialzo.


L’odore fermo tra le rocce. Respiri trattenuti nelle linee.


Il chiasso dei grilli scoppiava nelle tempie, il muggire della luna copriva le chiazze bianche delle vacche.


 


3


 


Il giardiniere e le sue grandi tasche, appese nel cotone dei campi.


Le terre sparse dai semi che non conosceva a fondo.


A volte chiedeva alle cornacchie il nome delle loro ali.


Nascere e Cadere nei borbottii del giorno.


Fisse e Scremate nell’incavo della notte.


 


4


 


La sua bocca raccoglieva polvere, catarro. Le dita i segni dei vermi.


L’eco della bara a lacrimare sale e pietra


nell’assolo di un becchino domenicale.

postato da: NuoveForme alle ore 09:40 | Permalink | commenti
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