1
Tantana raccoglie il viso del bambino sciolto sulle sue gambe. Lo gira nel pugno graffiato dall’età. Lo mangia separandone le ossa dal resto.
La voce è un gomitolo di lana tessuto sulla punta di un uncinetto.
Stride ad ogni maglia senza trovare un nodo, sul quale fermarsi.
La pelle vortica nella gola, aggira la carotide per sbattere come un tovagliolo bianco sulle corde vocali.
Vibra nel silenzio cartaceo, in quelle pagine vuote nella bocca.
Il suo pasto sembra un acquerello imbevuto sulla stoffa dei suoi vestiti.
Un mangiare scomposto, oltre la fame della forchetta, il taglio del coltello.
2
I suoi occhi profondi come fango alla prima pioggia, dove l’acqua scava a due mani il suo solco.
Davanti a sé si stende una buca. Proprio dove il parquet disegna una costa frastagliata dalle onde dei passi. Tantana si immerge, con le guance che paiono scivolate dall’inchiostro di una piuma. Gli zigomi ritorti sulle schegge di legno. Il sangue da dio trafitto nelle spine.
3
Il tetto è sfondato, bucato, dritto. Il cielo batte le sue nuvole.
Quasi volesse scomparire nel vuoto creato dal suo movimento di plastica. Schiocca i suoi orli come se si potessero strappare.
Cade sulla testa di Tantana rovesciando a terra le lacrime premute sullo sterno.
Le teneva da tanto tempo, il loro colore era di un’acqua sporca, un’acqua che a vederla pareva meno densa di quanto si mostrasse.
4
Le sue dita percorrevano le volte smontate delle orbite. L’alito feriva la lingua salendo le sue papille schiuse come tombe sulle candele, dove la cera e il calore deformano la vista della lapide, il dolore stesso.
5
Un colpo di tosse.
La marea nella gola e la prua del naso a solcare il tremore della saliva.
La morte nella deriva del suo lago fermo.
