mercoledì, 19 novembre 2008

Il viola dell'alzheimer



Davanti alla finestra. La sedia nell’angolo e la tua mente aperta sulla pioggia.

Le gocce cadono, si perdono, si riacquistano e allungano le loro code sul vetro.

Il tuo corpo resta privo. Dalla camicia non rientra il seno macchiato dal vento

né le stanze saldano i rumori che crescono.

Quando la pelle ha lasciato l’età eri già andata via, con le nebbia nei sandali

allacciata alle caviglie, con i nomi asciugati sul rossetto, come spine da filare

nel telaio della mano. Eppure ho sempre pensato che i tuoi sorrisi

fossero laghi, dove la notte perde i suoi contorni.



Non trovo niente vedendoti.

Solo acqua.

Una corrente ferma che attende il mare, la spuma per riallacciare la sabbia.

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martedì, 28 ottobre 2008

La mostra dei morti viventi


Primo atto – aspetto rituale


 


L’antropologia del lutto ha da sempre messo in rilevanza, l’alto grado di considerazione che si ha del morto e del rituale che l’attornia. Basti pensare a come i nostri cari defunti vengano accompagnati al cimitero dopo la veglia, e il balsamo “delle prefiche nostrane” sui capelli dell’estinto. Si, il pianto deve avere quella capacità di estirpare dalla nostra mente parte del ricordo, parte della memoria. Solo l’assenza di una parte di questa ci permette di allontanarci dal pensiero della morte, dalla visione che quella falce sdentata possa raggiungere i nostri tendini e reciderli. D’altronde noi viviamo coscientemente distinti  dalla morte. Finché si è nella vita non vi è alcuna coscienza della morte. Solo l’anomalia di una scomparsa prematura, inattesa ci affonda nella reale consapevolezza della fine del nostro organismo biologico. Eppure l’artista tedesco sembra arrestare il quinto atto della scena teatrale, porre fine al deterioramento del corpo, ad enfatizzare con la plastilina, non solo i colori vivaci che ci appartengono in vita, ma a modellare un vero e proprio status biologico di continuo eterno. Le sue sculture sono cadaveri strappati alla terra e ri-semiotizzati  in nuovi testi quotidiani:  le mostre.


 Per un defunto la quotidianità è la terra, il ferro della lamiera che sigilla l’involucro della tomba. Il morso ad un’aria stantia, la rassegnazione all’impotenza della propria condizione. In questa visione il morto viene decontestualizzato dalla sua mansione di riposo, ed intromesso sulla vertigine dei vivi con una propria espressione che manterrà nell’eterno braccio del creatore, necromante, dell’artista.


La sua ritualità è pur sempre legata alla morte. I suoi gesti resteranno impagliati ad uno stato tombale, solo che il suo organismo resterà intatto rifiutando la decomposizione, quale principio attivo della dipartita.


Una vita nella morte, una vita che si rifiuta di morire, stendersi . Una ritualità funebre diversa da come la conosciamo noi. Un culto che prevede che il morto sia vivo e partecipi alla consumazione spettrale del suo esporsi come ente riflessivo e sul quale porre riflessioni.


 

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categoria:morte, cadaveri, necro, mostra dei morti viventi, von hegels
martedì, 10 giugno 2008

RequiemNecrosomatico


 


Fino a ieri spingevi con il tuo naso acuto le gocce che si attaccavano alla vetrata.


Sembravi di plastica, molle come un’argilla stanca sui denti. Scioglievi piano.


Ogni volta che crollavi, il sole seccava il resto. Rimanevi un avanzo –


ferma sull’insulina dell’alba, con il diabete di un sole che non porta il calore.


 


2


 


La vestaglia che indossi si apre come una gonna. Le labbra d’aceto sulle storte delle tende  fracassano il silenzio del corridoio. Vorrei parlarti mentre scrivo, far crescere delle lacrime sulle tue orecchie. Quante parole ti hanno seguito, qualcuna ti ha raggiunta coprendoti di lenzuola.


 


3


 


Che gran calore il sangue. Scoppia sulle tempie e valica i calici del cranio. Morire per eccesso o solo per difetto, morire e balbettare o morire della morte. Lingue che si scontrano, voci ghiotte sulla gola che non hanno sapore da battere. Non ho parole da strizzare nei tuoi capelli scarni, né unghie da ricordare nei tuoi panni. Ho lasciato nelle calze una moneta, nelle scarpe una lima per minacciare lo Stige e le sue lave.


 


4


 


Dove respiri tu si addensano i laghi e i monti s’impennano tra le rughe del cielo.


L’erba è una strana tela nella pelle bianca. Posso vederla crescere sul braccio.


 


Arriverai tronco d’ansia sul mio petto fradicio.


 


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giovedì, 22 maggio 2008

Necroloquio ad un anno dalla sua uscita, decide di regalarsi alle prime due persone che lo contatteranno.


Il suo scopo, in effetti, non è arricchirsi ma il Colloquio per sopravvivere.


Quindi i primi Due che contatteranno il gestore del blog - Riceveranno il libro completamente gratuito comprese le spese di spedizione.


 


Ai più veloci .

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martedì, 15 aprile 2008

Il giardiniere


 


Il giardiniere aveva sentito parlare della notte. Ne aveva sentito ogni rumore, ogni distrazione. Conosceva le cose che si disponevano senza riflessi, come morte, prive di luce.


Le sue cesoie masticavano le foglie, percorrevano i rami duri, che nel buio si flettevano come gambe, attaccate ad un legnoso busto.


Poteva, abbassando la visiera del cappello, annuire alla corteccia.


Indietreggiare con lo stomaco sui fili d’erba, che nell’aria avanzavano.


Coltelli verdi, li chiamava. Degli schizzi d’ira dopo il taglio.


Non riusciva a spiegare cosa muovesse il cielo.


Quell’azzurro aviatore inclinato sulla testa, a pizzicare con i capelli scuri le lentiggini delle mosche.


 


2


 


Un forte fascino lo spingeva a trattenersi, ed ammirare l’acqua che spariva.


Un colore scuro - fradicio ugualmente. Lasciava sui pantaloni l’ombreggiatura della sua sete.


 


Strano (sorrideva) come possa l’assenza del colore produrre la stessa goccia.


Come può il mio piede entrare nella medesima essenza e uscirne diverso.


Lo prendo tra le mani, lo giro nervosamente, annuso il suo pulsare.


È freddo. Geme l’ombra. La sensibilità sembra espropriata dall’arto.


 


Il fiume tirato nel manto notturno. Un lenzuolo steso con i ricami in rialzo.


L’odore fermo tra le rocce. Respiri trattenuti nelle linee.


Il chiasso dei grilli scoppiava nelle tempie, il muggire della luna copriva le chiazze bianche delle vacche.


 


3


 


Il giardiniere e le sue grandi tasche, appese nel cotone dei campi.


Le terre sparse dai semi che non conosceva a fondo.


A volte chiedeva alle cornacchie il nome delle loro ali.


Nascere e Cadere nei borbottii del giorno.


Fisse e Scremate nell’incavo della notte.


 


4


 


La sua bocca raccoglieva polvere, catarro. Le dita i segni dei vermi.


L’eco della bara a lacrimare sale e pietra


nell’assolo di un becchino domenicale.

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sabato, 15 marzo 2008

1


 


Tantana raccoglie il viso del bambino sciolto sulle sue gambe. Lo gira nel pugno graffiato dall’età. Lo mangia separandone le ossa dal resto.


La voce è un gomitolo di lana tessuto sulla punta di un uncinetto.


Stride ad ogni maglia senza trovare un nodo, sul quale fermarsi.


La pelle vortica nella gola, aggira la carotide per sbattere come un tovagliolo bianco sulle corde vocali.


Vibra nel silenzio cartaceo, in quelle pagine vuote nella bocca.


Il suo pasto sembra un acquerello imbevuto sulla stoffa dei suoi vestiti.


Un mangiare scomposto, oltre la fame della forchetta, il taglio del coltello.


 


2


 


I suoi occhi profondi come fango alla prima pioggia, dove l’acqua scava a due mani il suo solco.


Davanti a sé si stende una buca. Proprio dove il parquet disegna una costa frastagliata dalle onde dei passi. Tantana si immerge, con le guance che paiono scivolate dall’inchiostro di una piuma. Gli zigomi ritorti sulle schegge di legno. Il sangue da dio trafitto nelle spine.


 


3


 


Il tetto è sfondato, bucato, dritto. Il cielo batte le sue nuvole.


Quasi volesse scomparire nel vuoto creato dal suo movimento di plastica. Schiocca i suoi orli come se si potessero strappare.


 


Cade sulla testa di Tantana rovesciando a terra le lacrime premute sullo sterno.


Le teneva da tanto tempo, il loro colore era di un’acqua sporca, un’acqua che a vederla pareva meno densa di quanto si mostrasse.


 


4


 


Le sue dita percorrevano le volte smontate delle orbite. L’alito feriva la lingua salendo le sue papille schiuse come tombe sulle candele, dove la cera e il calore deformano la vista della lapide, il dolore stesso.


 


5


 


Un colpo di tosse.


La marea nella gola e la prua del naso a solcare il tremore della saliva.


 


La morte nella deriva del suo lago fermo.

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giovedì, 17 maggio 2007

rifatta2 


Necroloquio - di Stefano Parenti - La riflessione - Davide Zedda Editore


                     disponibile in tutte le librerie italiane

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giovedì, 13 ottobre 2005

OLOGRAMMA SUICIDA

Mentre solfeggio la stazione
Il mio ologramma va sotto le rotaie
e la parte fissa lo invidia:
ha un coraggio reale;
tanto da fregare la vita.

La gente sparla del mondo
e la ringhiera sorride
allargando i ferri tra le pietre,
crede di essere la sola a mentire
e a saperlo fare immobile.

[ anche io mento

È solo pelle strappata
questo finto sorriso
che sanguina dentro,
senza scucire gli strati
della solitudine.

Mi sento un bacio sotto le labbra:
nascosto e depresso

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martedì, 27 settembre 2005
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martedì, 27 settembre 2005

VISIONE COMPLETA

 

l'uomo è vuoto,  oscilla nel nulla e lascia le unghie sulle cose -come il serpente la pelle-. Si sente inutile, felicemente trascurabile.

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