martedì, 10 giugno 2008

RequiemNecrosomatico


 


Fino a ieri spingevi con il tuo naso acuto le gocce che si attaccavano alla vetrata.


Sembravi di plastica, molle come un’argilla stanca sui denti. Scioglievi piano.


Ogni volta che crollavi, il sole seccava il resto. Rimanevi un avanzo –


ferma sull’insulina dell’alba, con il diabete di un sole che non porta il calore.


 


2


 


La vestaglia che indossi si apre come una gonna. Le labbra d’aceto sulle storte delle tende  fracassano il silenzio del corridoio. Vorrei parlarti mentre scrivo, far crescere delle lacrime sulle tue orecchie. Quante parole ti hanno seguito, qualcuna ti ha raggiunta coprendoti di lenzuola.


 


3


 


Che gran calore il sangue. Scoppia sulle tempie e valica i calici del cranio. Morire per eccesso o solo per difetto, morire e balbettare o morire della morte. Lingue che si scontrano, voci ghiotte sulla gola che non hanno sapore da battere. Non ho parole da strizzare nei tuoi capelli scarni, né unghie da ricordare nei tuoi panni. Ho lasciato nelle calze una moneta, nelle scarpe una lima per minacciare lo Stige e le sue lave.


 


4


 


Dove respiri tu si addensano i laghi e i monti s’impennano tra le rughe del cielo.


L’erba è una strana tela nella pelle bianca. Posso vederla crescere sul braccio.


 


Arriverai tronco d’ansia sul mio petto fradicio.


 


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giovedì, 22 maggio 2008

Necroloquio ad un anno dalla sua uscita, decide di regalarsi alle prime due persone che lo contatteranno.


Il suo scopo, in effetti, non è arricchirsi ma il Colloquio per sopravvivere.


Quindi i primi Due che contatteranno il gestore del blog - Riceveranno il libro completamente gratuito comprese le spese di spedizione.


 


Ai più veloci .

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martedì, 15 aprile 2008

Il giardiniere


 


Il giardiniere aveva sentito parlare della notte. Ne aveva sentito ogni rumore, ogni distrazione. Conosceva le cose che si disponevano senza riflessi, come morte, prive di luce.


Le sue cesoie masticavano le foglie, percorrevano i rami duri, che nel buio si flettevano come gambe, attaccate ad un legnoso busto.


Poteva, abbassando la visiera del cappello, annuire alla corteccia.


Indietreggiare con lo stomaco sui fili d’erba, che nell’aria avanzavano.


Coltelli verdi, li chiamava. Degli schizzi d’ira dopo il taglio.


Non riusciva a spiegare cosa muovesse il cielo.


Quell’azzurro aviatore inclinato sulla testa, a pizzicare con i capelli scuri le lentiggini delle mosche.


 


2


 


Un forte fascino lo spingeva a trattenersi, ed ammirare l’acqua che spariva.


Un colore scuro - fradicio ugualmente. Lasciava sui pantaloni l’ombreggiatura della sua sete.


 


Strano (sorrideva) come possa l’assenza del colore produrre la stessa goccia.


Come può il mio piede entrare nella medesima essenza e uscirne diverso.


Lo prendo tra le mani, lo giro nervosamente, annuso il suo pulsare.


È freddo. Geme l’ombra. La sensibilità sembra espropriata dall’arto.


 


Il fiume tirato nel manto notturno. Un lenzuolo steso con i ricami in rialzo.


L’odore fermo tra le rocce. Respiri trattenuti nelle linee.


Il chiasso dei grilli scoppiava nelle tempie, il muggire della luna copriva le chiazze bianche delle vacche.


 


3


 


Il giardiniere e le sue grandi tasche, appese nel cotone dei campi.


Le terre sparse dai semi che non conosceva a fondo.


A volte chiedeva alle cornacchie il nome delle loro ali.


Nascere e Cadere nei borbottii del giorno.


Fisse e Scremate nell’incavo della notte.


 


4


 


La sua bocca raccoglieva polvere, catarro. Le dita i segni dei vermi.


L’eco della bara a lacrimare sale e pietra


nell’assolo di un becchino domenicale.

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sabato, 15 marzo 2008

1


 


Tantana raccoglie il viso del bambino sciolto sulle sue gambe. Lo gira nel pugno graffiato dall’età. Lo mangia separandone le ossa dal resto.


La voce è un gomitolo di lana tessuto sulla punta di un uncinetto.


Stride ad ogni maglia senza trovare un nodo, sul quale fermarsi.


La pelle vortica nella gola, aggira la carotide per sbattere come un tovagliolo bianco sulle corde vocali.


Vibra nel silenzio cartaceo, in quelle pagine vuote nella bocca.


Il suo pasto sembra un acquerello imbevuto sulla stoffa dei suoi vestiti.


Un mangiare scomposto, oltre la fame della forchetta, il taglio del coltello.


 


2


 


I suoi occhi profondi come fango alla prima pioggia, dove l’acqua scava a due mani il suo solco.


Davanti a sé si stende una buca. Proprio dove il parquet disegna una costa frastagliata dalle onde dei passi. Tantana si immerge, con le guance che paiono scivolate dall’inchiostro di una piuma. Gli zigomi ritorti sulle schegge di legno. Il sangue da dio trafitto nelle spine.


 


3


 


Il tetto è sfondato, bucato, dritto. Il cielo batte le sue nuvole.


Quasi volesse scomparire nel vuoto creato dal suo movimento di plastica. Schiocca i suoi orli come se si potessero strappare.


 


Cade sulla testa di Tantana rovesciando a terra le lacrime premute sullo sterno.


Le teneva da tanto tempo, il loro colore era di un’acqua sporca, un’acqua che a vederla pareva meno densa di quanto si mostrasse.


 


4


 


Le sue dita percorrevano le volte smontate delle orbite. L’alito feriva la lingua salendo le sue papille schiuse come tombe sulle candele, dove la cera e il calore deformano la vista della lapide, il dolore stesso.


 


5


 


Un colpo di tosse.


La marea nella gola e la prua del naso a solcare il tremore della saliva.


 


La morte nella deriva del suo lago fermo.

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giovedì, 17 maggio 2007

rifatta2 


Necroloquio - di Stefano Parenti - La riflessione - Davide Zedda Editore


                     disponibile in tutte le librerie italiane

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giovedì, 13 ottobre 2005

OLOGRAMMA SUICIDA

Mentre solfeggio la stazione
Il mio ologramma va sotto le rotaie
e la parte fissa lo invidia:
ha un coraggio reale;
tanto da fregare la vita.

La gente sparla del mondo
e la ringhiera sorride
allargando i ferri tra le pietre,
crede di essere la sola a mentire
e a saperlo fare immobile.

[ anche io mento

È solo pelle strappata
questo finto sorriso
che sanguina dentro,
senza scucire gli strati
della solitudine.

Mi sento un bacio sotto le labbra:
nascosto e depresso

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martedì, 27 settembre 2005
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martedì, 27 settembre 2005

VISIONE COMPLETA

 

l'uomo è vuoto,  oscilla nel nulla e lascia le unghie sulle cose -come il serpente la pelle-. Si sente inutile, felicemente trascurabile.

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martedì, 27 settembre 2005

IncubiSpellbDISCORSO CONFUSO

Il vento s’affloscia sulla spalle
e corre via lungo i fianchi deglutendo il tempo

lasciando la testa in balia di un forno crematorio
dove tutto si squaglia e perde peso

-come un cicchetto di whisky appena scolato-.

Eppure mi sento padrone del momento
  forse perché è l’unica cosa
che appartiene a noi scheletri disorientati

dove la bellezza collassa in pochi secondi
   e quel che rimane è solo un residuo fisso
                      - ma indelebile-.

             “ Saranno confini di marmellata i vostri orizzonti
                       giacigli di cenere i nostri indumenti”

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martedì, 27 settembre 2005

fiore1--150x150INSONNIA- A SYLVIA PLATH-

La sfera notturna è rappezzata con piccoli pezzi
di carta argentata
dove si sgrana il guanciale lunare in eterna solitudine
-un abbraccio da manicomio con le stelle-.

Sotto gli occhi spalancati dell’insonnia
che semina granelli di tempo sulle mie orbite
il mondo geme e i ricordi si litigano il primo piano.

La testa assuefatta da vuoti di serenità
segue la vena bianca del cielo
che si apre e chiude come una palpebra:

ridimensiona forme inascoltate.

Oggi, più di allora, percepisco la biforcazione di un secondo
la prospettiva in decrescendo di un attimo.

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